Uno scambio di un anello, un passaggio di consegne: è questa la prima scena di Biutiful. È la storia di Uxbal, uomo sostanzialmente solo, a cui rimangono due figli da crescere, una ex moglie instabile con cui il rapporto è tutt’altro che risolto e pochi mesi di vita. Uxbal ha un tumore. Alejandro González Iñárritu, regista messicano, abbandona qui le celebri acrobazie narrative dei film precedenti per concentrarsi quasi interamente sulla coscienza di un uomo che cerca una forma di redenzione morale mentre prova a rimettere ordine in una vita fatta anche di sfruttamento, mediazioni illegali e compromessi.
Uxbal vive in una Barcellona che non ha praticamente nulla della città da cartolina. Si muove tra lavoratori cinesi sfruttati, immigrati africani che vendono merce contraffatta, appartamenti sovraffollati e piccoli traffici dai quali ricava denaro mentre cerca di convincersi di stare anche aiutando qualcuno. Il film non lo assolve: mostra piuttosto quanto sia difficile separare nettamente vittima e sfruttatore quando tutti stanno cercando di sopravvivere. A rendere tutto ancora più strano c’è la particolare sensibilità di Uxbal nei confronti dei morti, un elemento quasi soprannaturale che Iñárritu inserisce senza trasformare mai il film in fantasy.
Javier Bardem è il vero punto di riferimento della pellicola e porta sul volto tutta la stanchezza del personaggio. Per questa interpretazione vinse il premio come miglior attore a Cannes e ricevette anche la candidatura all’Oscar. Ma il film funziona soprattutto quando Uxbal è con i figli: il bisogno di proteggerli entra continuamente in conflitto con la consapevolezza di non avere più abbastanza tempo. Ogni scelta diventa quindi un tentativo disperato di lasciare qualcosa di stabile dietro di sé.
Ne deriva una narrazione lineare, piena di silenzi e dialoghi sottovoce, che fa parlare l’anima del protagonista senza necessariamente utilizzare la voce. Biutiful è certamente impegnativo, cupo praticamente dall’inizio alla fine e non offre molte pause allo spettatore. Ma proprio questa coerenza rende credibile la lenta e inesorabile regressione di un uomo fino al suo “passaggio di consegne”. Non è una visione da scegliere per distrarsi: è uno di quei drammi che chiedono tempo e disponibilità emotiva. Se glieli concedete, difficilmente ne uscirete indifferenti. Non perché cerchi il colpo basso, ma perché accompagna Uxbal fino a consumarlo quasi davanti ai nostri occhi. Bardem rende ogni gesto più pesante del precedente e riesce a trasformare una storia durissima in qualcosa di sorprendentemente intimo. È proprio questa intimità, più ancora della tragedia, a rendere Biutiful così difficile da scrollarsi di dosso anche parecchio tempo dopo la visione stessa.

