Agli albori di I FILM DA VEDERE, quando ci eravamo messi insieme con l’idea abbastanza semplice di consigliare agli altri i film che secondo noi valeva la pena vedere, pensavamo che almeno una cosa fosse chiarissima: il titolo del sito. E invece, tra i primissimi articoli pubblicati, comparve un non-consiglio. Uno degli autori prese Paranormal Activity e lo liquidò senza possibilità d’appello come “da evitare come la peste”. La cosa ci fece parecchio ridere già allora e, visto che parliamo ancora oggi di uno dei miei migliori amici, posso finalmente concedermi la revisione del processo. Non perché nel frattempo Paranormal Activity sia diventato un filmone: l’hype dell’epoca fu gigantesco, certe dinamiche sono invecchiate e oggi il found footage ha prodotto anche roba molto più efficace. Però quella telecamera immobile davanti al letto, il silenzio della casa e l’attesa che qualcosa cambi nell’inquadratura continuano ad avere una loro efficacia. Più che fare paura per quello che mostra, il film lavora sull’idea che prima o poi qualcosa succederà. E ogni notte aspetti.
Il vero motivo per cui oggi lo considero un film da vedere, però, sta soprattutto fuori dall’inquadratura. Oren Peli, all’epoca programmatore e game designer praticamente alla sua prima esperienza cinematografica, gira il film con un budget originario di circa 15.000 dollari e due attori sconosciuti dentro una normale casa. L’incasso mondiale arriverà a oltre 193 milioni. Per capire l’assurdità del risultato basta dire che il Guinness World Records registra ancora Paranormal Activity per il più alto rapporto tra budget cinematografico e ritorno economico, persino utilizzando una stima dei costi molto più alta dei 15.000 dollari delle riprese. Paramount fece il resto con una campagna di distribuzione geniale: poche proiezioni, passaparola e spettatori invitati a “richiedere” il film nella propria città. Più cresceva la curiosità, più aumentavano le sale. Un piccolo horror fatto in casa diventò un evento.
E qui entra in scena Jason Blum. Anni prima, quando lavorava alla Miramax, aveva rifiutato The Blair Witch Project prima del Sundance e, cosa ancora peggiore, anche dopo averlo visto al festival. Lui stesso ha raccontato quanto quella cantonata gli fosse rimasta impressa. Quando gli arrivò Paranormal Activity, destinato praticamente all’uscita diretta in DVD, decise di non fare due volte lo stesso errore. Lo provò davanti a un pubblico, vide la reazione della sala e insistette perché avesse una vera distribuzione cinematografica. Da quel successo avrebbe poi preso forma il modello Blumhouse: budget bassi, idee forti, autori relativamente liberi e rischi economici ridotti. Quindi no, Paranormal Activity non è diventato improvvisamente un capolavoro e probabilmente oggi spaventa meno di quanto promettesse nel 2009. Però ha fatto scuola, ha cambiato l’economia dell’horror americano e ha dimostrato quanto lontano possa arrivare un’idea quando qualcuno ci vede lungo. “Da evitare come la peste”? Direi che possiamo lasciare quella recensione su Internet Archive come reperto storico e, soprattutto, come materiale per prenderci in giro ancora per qualche anno.

