Bryan Singer mette la firma su questo validissimo thriller, diventato un cult grazie alla sceneggiatura originale di Christopher McQuarrie, premiata con l’Oscar, e all’interpretazione di Kevin Spacey, premiato come attore non protagonista. I Soliti Sospetti è uno di quei film in cui conviene sapere il meno possibile prima di iniziare, perché tutto ruota attorno al racconto, alla fiducia e al modo in cui scegliamo di interpretare le informazioni che ci vengono date.
Roger Verbal Kint, interpretato da Kevin Spacey, viene interrogato dall’agente David Kujan, Chazz Palminteri, riguardo alla misteriosa esplosione di una nave nel porto di Los Angeles. Attraverso la sua deposizione scopriamo come cinque pregiudicati, Keaton, Hockney, McManus, Fenster e lo stesso Kint, si siano conosciuti durante un confronto all’americana e abbiano deciso di lavorare insieme. Quello che comincia come un accordo fra criminali esperti finisce per portarli verso il nome che domina tutto il film: Keyser Söze.
Söze è una figura quasi mitologica. Tutti ne hanno sentito parlare, nessuno sembra conoscerlo davvero e ogni racconto su di lui aumenta la sensazione che possa essere ovunque. Singer e McQuarrie usano questa leggenda per trasformare il thriller criminale in un gioco sul potere delle storie. Verbal racconta, Kujan cerca di mettere ordine e noi spettatori facciamo esattamente la stessa cosa, cercando di capire quali dettagli contino davvero.
Ci sarà davvero Söze dietro la faccenda dell’esplosione? Oppure è diventato qualcosa di più grande della persona stessa, una storia utile a spaventare e controllare gli altri? Meglio fermarsi qui. Il cast comprende anche Gabriel Byrne, Benicio del Toro, Stephen Baldwin e Kevin Pollak, tutti abbastanza caratterizzati da evitare che il gruppo sembri soltanto un insieme di pedine.
I Soliti Sospetti è un thriller costruito intorno alla suspense e alla manipolazione del punto di vista. Il celebre finale ha contribuito enormemente alla sua fama, ma ridurlo a quel momento sarebbe ingiusto: il vero piacere sta nel vedere come il film prepara lo spettatore a credere, dubitare e ricostruire continuamente la vicenda. Assolutamente da vedere, possibilmente senza leggere altro prima.
Gabriel Byrne dà a Keaton un’ambiguità diversa da quella di Verbal. È il personaggio che sembra più desideroso di uscire dalla vita criminale, ma proprio per questo ogni sua scelta diventa sospetta. Benicio del Toro, con il suo Fenster quasi incomprensibile, riesce invece a imprimersi nella memoria con pochissimo spazio. Il gruppo funziona perché ciascuno ha un tono diverso e il film li usa come possibili pezzi di una storia che cambia continuamente forma.
La cosa più intelligente è che il film non bara semplicemente con lo spettatore. Ci mette davanti informazioni, interpretazioni e dettagli, poi lascia che siamo noi a costruire un ordine. Quando tutto arriva al punto decisivo, il piacere non sta soltanto nella sorpresa, ma nel ripensare a ciò che avevamo accettato come vero pochi minuti prima. È questo che ha trasformato I Soliti Sospetti in un cult e che continua a renderlo così divertente da consigliare.

