La Stangata è uno di quei film in cui il piacere non sta soltanto nel capire come andrà a finire, ma nel vedere con quanta eleganza viene costruito ogni inganno. Siamo nel 1936. Johnny Hooker, interpretato da Robert Redford, è un piccolo truffatore che insieme all’amico Luther Coleman raggira senza saperlo un uomo legato al potente criminale Doyle Lonnegan, interpretato da Robert Shaw. Le conseguenze sono immediate e Hooker decide di vendicarsi. Per farlo cerca l’aiuto di Henry Gondorff, Paul Newman, maestro della truffa e uomo abbastanza esperto da sapere che per colpire qualcuno come Lonnegan serve molto più di un semplice bluff.
Da qui nasce una truffa molto più grande, costruita pezzo dopo pezzo con finti uffici, scommesse, identità inventate e una squadra di professionisti che sa esattamente quando entrare in scena. George Roy Hill, che aveva già diretto Newman e Redford in Butch Cassidy, usa la loro chimica con grande naturalezza. Redford porta energia e impulsività, Newman una calma da veterano che rende Gondorff credibile come uomo capace di pensare sempre qualche mossa più avanti.
Il mondo delle scommesse è fondamentale, ma La Stangata parla soprattutto del piacere della messinscena. Ogni truffa è una piccola rappresentazione teatrale, con costumi, ruoli e tempi perfetti, e anche lo spettatore viene continuamente invitato a chiedersi chi stia ingannando chi. Le battute aiutano a mantenere tutto leggero, mentre il celebre The Entertainer di Scott Joplin, adattato da Marvin Hamlisch, è diventato praticamente inseparabile dall’immaginario del film.
Il successo fu enorme e arrivarono sette Oscar, tra cui miglior film, regia e sceneggiatura. Ma al di là dei premi, il motivo per cui funziona ancora è molto semplice: è divertente, raffinato e costruito con una precisione che non ha bisogno di spiegarsi. Se amate le storie di truffe, i personaggi che recitano una parte dentro la storia e i finali che rimettono in ordine tutto ciò che avete visto, questo è un film assolutamente da vedere. Newman e Redford hanno un’intesa che rende piacevoli perfino i momenti di preparazione, perché basta uno sguardo per capire chi dei due sta improvvisando e chi ha già previsto il passo successivo. George Roy Hill mantiene sempre il tono leggero, ma non perde mai di vista la posta in gioco.
La ricostruzione degli anni Trenta contribuisce parecchio al piacere della visione. Abiti, insegne, uffici, treni e ricevitorie costruiscono un mondo elegante ma pieno di trappole, dove quasi tutti stanno interpretando un ruolo. Ed è proprio questo il bello: anche quando pensiamo di conoscere il piano, il film conserva ancora qualche carta da giocare. Anche per questo è una visione ideale in compagnia: appena finisce viene naturale ripercorrere il piano e discutere su quando esattamente ciascun personaggio abbia iniziato a ingannare gli altri. È un meccanismo che invita quasi automaticamente alla revisione, e pochi film di truffe riescono a farlo con la stessa leggerezza.

