ACAB – All Cops Are Bastards è stata per me una sorpresa. Il titolo può far pensare a un film che voglia schierarsi in modo urlato e semplicistico, ma Stefano Sollima sceglie una strada molto più interessante. Segue un gruppo di celerini e prova a raccontarli senza trasformarli né in eroi né in mostri. La violenza c’è, il conflitto sociale pure, ma il film è soprattutto interessato al modo in cui il gruppo diventa una famiglia alternativa, con regole proprie, lealtà fortissime e una quantità enorme di contraddizioni.
Pierfrancesco Favino, Marco Giallini e Filippo Nigro danno ai protagonisti un’umanità ruvida, fatta di problemi familiari, rabbia e senso di appartenenza. Il gruppo è la loro famiglia e l’idea che un fratello non si lasci mai solo diventa insieme forza e problema. Sollima è bravo proprio quando mostra come questa solidarietà possa proteggere ma anche impedire di mettere in discussione comportamenti sbagliati.
Lo stile resta pulito e diretto. Le scene di piazza e di scontro hanno energia, ma il film non vive soltanto di manganelli e ordine pubblico. Ci sono padri, figli, separazioni, debiti e vite private che continuano a entrare dentro il lavoro. È questo che impedisce al film di ridursi a una tesi.
Se vi interessa il lato più duro del cinema italiano contemporaneo, Diaz – Don’t Clean Up This Blood affronta un’altra pagina molto diversa e ancora più dolorosa; sul versante crime, invece, Sollima tornerà poi con Suburra. ACAB resta un film imperfetto ma coraggioso, soprattutto perché prova a raccontare persone che il cinema tende più spesso a usare come simboli che come personaggi.
L’arrivo del giovane Adriano è importante proprio perché ci permette di entrare nel gruppo da una posizione meno consolidata. Deve capire rapidamente quali siano le regole ufficiali e, soprattutto, quelle non scritte. Cobra, Negro e Mazinga reagiscono in modi diversi alle stesse pressioni, e il film diventa interessante quando mostra quanto sia facile confondere solidarietà con omertà e appartenenza con chiusura verso l’esterno.
Sollima non cerca una risposta unica e questo può lasciare insoddisfatto chi vorrebbe un film apertamente accusatorio o apertamente difensivo. Ma è proprio la zona grigia a funzionare meglio. ACAB mette lo spettatore davanti a uomini che possono essere vittime e responsabili nello stesso momento, senza concedere l’alibi di una lettura comoda.
Il film funziona anche quando mostra quanto il lavoro entri nella vita privata. Rabbia, frustrazione e senso di assedio non restano fuori casa una volta tolta la divisa. I protagonisti si portano dietro le conseguenze delle proprie giornate, e questo rende molto più credibile il modo in cui il gruppo diventa rifugio e prigione allo stesso tempo.
È un cinema molto fisico, poco interessato alle prediche e più concentrato sulle reazioni. Proprio per questo può essere discusso da punti di vista opposti senza diventare inutile. Sollima non chiede allo spettatore di assolvere o condannare in blocco, ma di restare dentro quella tensione abbastanza a lungo da vedere quanto sia facile perdere i confini.

