René Ferretti molla Il giovane Ratzinger perché, semplicemente, non ne può più. Dopo anni passati a girare fiction improbabili, compromessi continui e scene concepite secondo logiche che con il cinema hanno ben poco a che fare, finalmente dice basta. Ed è proprio da qui che Boris – Il film prende quello che aveva reso irresistibile la serie televisiva e lo porta su un terreno ancora più pericoloso: il cinema italiano. A René capita infatti quella che sembra l’occasione della vita, dirigere un film serio tratto da La casta, il bestseller di Gian Antonio Stella e Sergio Rizzo. Cinema d’autore, denuncia sociale, roba “alla Gomorra”: insomma, la possibilità di smettere finalmente di lavorare a cazzo di cane e dimostrare di essere un vero regista. Ovviamente siamo in Boris, quindi sappiamo già che le cose non possono andare così. Giacomo Ciarrapico, Mattia Torre e Luca Vendruscolo costruiscono un film che è contemporaneamente il seguito della serie, una sua specie di quarta stagione compressa in 108 minuti e una satira feroce di un ambiente nuovo, dove cambiano le parole ma non cambia minimamente il sistema.
La cosa migliore di Boris – Il film è proprio vedere René entrare nel “cinema vero” convinto di essersi lasciato alle spalle la sciatteria della televisione, salvo scoprire che sotto una patina più prestigiosa si nascondono gli stessi compromessi, le stesse raccomandazioni, gli stessi produttori, attori ingestibili, dirigenti e geni improvvisati. Francesco Pannofino è perfetto perché René rimane quel meraviglioso miscuglio di cinismo, esasperazione e dignità residua che conoscevamo già: un uomo che sa benissimo di essere parte del problema ma continua, ogni tanto, a illudersi di poter fare qualcosa di buono. Intorno a lui torna praticamente tutta la banda. Duccio, Biascica, Arianna, Alessandro, Stanis, Corinna, gli sceneggiatori: non serve reinventare personaggi che funzionano così bene, basta spostarli su un set cinematografico e lasciarli fare danni. Carolina Crescentini continua a essere magnificamente terribile nei panni di Corinna, Pietro Sermonti porta Stanis a livelli di egocentrismo sempre più sublimi, mentre il film si diverte ad allargare il bersaglio dalla televisione alla presunta superiorità culturale del cinema. E qui bisogna essere chiari: se non avete mai visto la serie, riderete comunque davanti all’assurdità del sistema, ma perderete una quantità enorme di riferimenti, dinamiche e piccole esplosioni di comicità. Boris – Il film non spreca tempo a presentarci tutti da capo. Ed è giusto così.
Il passaggio più riuscito, però, è anche il più amaro. René vuole fare un film importante e finisce progressivamente per sacrificarlo a ogni richiesta del mercato, fino alla trasformazione definitiva di La casta in Natale con la casta, un cinepanettone costruito esattamente secondo quelle logiche che aveva provato a rifiutare. È una gag gigantesca, ma sotto fa parecchio male: René non viene sconfitto perché è incapace, viene sconfitto perché il sistema riesce ancora una volta a inglobare qualsiasi tentativo di fare qualcosa di diverso. E il peggio è che il risultato funziona. Il pubblico ride, il film ha successo, tutti sono contenti tranne lui. È qui che Boris – Il film smette per un attimo di essere soltanto una commedia sul dietro le quinte e diventa una cattiveria molto precisa sul rapporto tra arte, industria e pubblico. Il finale può sembrare eccessivamente farsesco e il ritmo non è sempre perfetto: condensare il meccanismo di un’intera stagione in meno di due ore rende inevitabilmente qualche passaggio più frettoloso. Ma la scrittura resta affilatissima e la quantità di idee, battute e personaggi memorabili è decisamente superiore alla media della commedia italiana.
Per chi ama Boris, quindi, non c’è molto da discutere: questo film è praticamente obbligatorio. Non reinventa la serie e probabilmente non raggiunge i suoi picchi migliori, ma le offre una conclusione perfettamente coerente, soprattutto perché non concede a René nessuna vittoria consolatoria. Il suo sogno di “cinema di qualità” viene triturato e restituito sotto forma di prodotto commerciale, finché l’unica scelta rimasta è tornare da dove era partito. Tragico? Sì. Ma anche tremendamente Boris. Chi invece non conosce ancora la serie farebbe decisamente meglio a partire da lì: molte delle risate migliori nascono dall’affetto accumulato per questi disgraziati e dai loro tic ormai familiari. Boris – Il film resta comunque un film da vedere perché riesce in una cosa che il cinema italiano non fa abbastanza spesso: prendere in giro il proprio ambiente senza nessuna reverenza, mostrando quanto possa essere sottile il confine tra ambizione artistica, cialtroneria e puro istinto di sopravvivenza. E quando a farlo sono Ciarrapico, Torre e Vendruscolo, purtroppo per noi c’è sempre qualcosa di terribilmente vero dietro la battuta.

