“Uccidono il nostro pianeta… e ora tocca a te e a me fermarli.”
Con Bugonia, Yorgos Lanthimos sembra volutamente fare un passo indietro. E lo dico come complimento. Dopo l’esplosione visiva e narrativa di Povere Creature! (ed il mezzo flop – parere personale – di Kinds of Kindness), qui c’è una scelta chiara: meno spettacolo, meno ornamento, più tensione interna. Un ritorno a un cinema più spigoloso, più scomodo, che non cerca di piacere ma di restare addosso: Bugonia è un film che lavora quasi tutto sul dubbio. Non tanto sul cosa è vero, ma su quanto siamo disposti a credere pur di dare un senso al caos che ci circonda. Lanthimos gioca ancora una volta con personaggi chiusi dentro sistemi mentali rigidi, incapaci di comunicare davvero, e lo fa con una messa in scena asciutta, claustrofobica, spesso inquietante anche nei momenti apparentemente più banali. È un film che sembra sempre sul punto di esplodere, ma preferisce logorarti lentamente.
Da fan, uno dei grandi punti di forza è proprio questo ritorno a una dimensione più piccola e disturbante, che richiama l’energia dei suoi primi lavori come Kynodontas e Il Sacrificio del Cervo Sacro, senza però copiarli o rifarli. Bugonia non è nostalgia: è coerenza. Lanthimos continua a parlare di controllo, potere, isolamento, ma lo fa filtrandoli attraverso un presente fatto di complotti, disinformazione, alienazione sociale e aziendale. Le interpretazioni sono centrali. Jesse Plemons è inquietante senza mai essere caricaturale: una paranoia che non esplode, ma si addensa scena dopo scena. Emma Stone, ormai complice totale del regista, gioca ancora una volta sul confine tra umano e disumano, risultando fredda, magnetica e stranamente fragile. Il loro scontro non è solo narrativo, è ideologico, e Lanthimos è bravissimo a non prendere mai apertamente posizione, lasciando lo spettatore in una zona moralmente scomoda.
Il fatto che Bugonia sia un remake (Jigureul jikyeora! di Jang Joon-hwan, 2003) non pesa negativamente, anzi: Lanthimos usa la struttura di base come una gabbia, e dentro ci fa il suo cinema. Raffredda il materiale originale, lo priva dell’eccesso emotivo e lo trasforma in qualcosa di più astratto, più europeo, più suo. Non cerca di “migliorare” l’originale, ma di attraversarlo. I difetti sono pochi. Certo, chi arriva aspettandosi un thriller classico o una satira più esplicita potrebbe restare spiazzato. Il ritmo, volutamente trattenuto, può sembrare ostico, e il finale – come spesso accade con Lanthimos – dividerà. Ma senza quel finale, Bugonia rischierebbe di essere solo un “buon” film. Con quel finale, invece, diventa un film che non ti molla. Da fan, Bugonia mi è sembrato un segnale preciso: Lanthimos non ha alcuna intenzione di adagiarsi su ciò che funziona: sceglie di tornare a un cinema più rischioso, più personale, meno accomodante. Non è il suo film più immediato, né il più iconico. Ma è uno di quelli che, col tempo, cresce. E per chi segue Lanthimos da anni, Bugonia non è una deviazione: è una conferma.



