Bugonia

Bugonia - Yorgos Lanthimos, 2025


Voto medio: 4,13
(24 voti totali)

Film da vedere consigliato da

DURATA: 120 minuti
GENERE: Commedia, Drammatico, Fantascienza, Poliziesco
CAST: Jesse Plemons, Aidan Delbis, Emma Stone, J. Carmen Galindez Barrera, Marc T. Lewis, Vanessa Eng, Cedric Dumornay, Alicia Silverstone, Stavros Halkias, Parvinder Shergill, Janlyn Bales, Jerskin Fendrix.

“Uccidono il nostro pianeta… e ora tocca a te e a me fermarli.”

Con Bugonia, Yorgos Lanthimos sembra volutamente fare un passo indietro. E lo dico come complimento. Dopo l’esplosione visiva e narrativa di Povere Creature! (ed il mezzo flop – parere personale – di Kinds of Kindness), qui c’è una scelta chiara: meno spettacolo, meno ornamento, più tensione interna. Un ritorno a un cinema più spigoloso, più scomodo, che non cerca di piacere ma di restare addosso: Bugonia è un film che lavora quasi tutto sul dubbio. Non tanto sul cosa è vero, ma su quanto siamo disposti a credere pur di dare un senso al caos che ci circonda. Lanthimos gioca ancora una volta con personaggi chiusi dentro sistemi mentali rigidi, incapaci di comunicare davvero, e lo fa con una messa in scena asciutta, claustrofobica, spesso inquietante anche nei momenti apparentemente più banali. È un film che sembra sempre sul punto di esplodere, ma preferisce logorarti lentamente.

Da fan, uno dei grandi punti di forza è proprio questo ritorno a una dimensione più piccola e disturbante, che richiama l’energia dei suoi primi lavori come Kynodontas e Il Sacrificio del Cervo Sacro, senza però copiarli o rifarli. Bugonia non è nostalgia: è coerenza. Lanthimos continua a parlare di controllo, potere, isolamento, ma lo fa filtrandoli attraverso un presente fatto di complotti, disinformazione, alienazione sociale e aziendale. Le interpretazioni sono centrali. Jesse Plemons è inquietante senza mai essere caricaturale: una paranoia che non esplode, ma si addensa scena dopo scena. Emma Stone, ormai complice totale del regista, gioca ancora una volta sul confine tra umano e disumano, risultando fredda, magnetica e stranamente fragile. Il loro scontro non è solo narrativo, è ideologico, e Lanthimos è bravissimo a non prendere mai apertamente posizione, lasciando lo spettatore in una zona moralmente scomoda.

Il fatto che Bugonia sia un remake (Jigureul jikyeora! di Jang Joon-hwan, 2003) non pesa negativamente, anzi: Lanthimos usa la struttura di base come una gabbia, e dentro ci fa il suo cinema. Raffredda il materiale originale, lo priva dell’eccesso emotivo e lo trasforma in qualcosa di più astratto, più europeo, più suo. Non cerca di “migliorare” l’originale, ma di attraversarlo. I difetti sono pochi. Certo, chi arriva aspettandosi un thriller classico o una satira più esplicita potrebbe restare spiazzato. Il ritmo, volutamente trattenuto, può sembrare ostico, e il finale – come spesso accade con Lanthimos – dividerà. Ma senza quel finale, Bugonia rischierebbe di essere solo un “buon” film. Con quel finale, invece, diventa un film che non ti molla. Da fan, Bugonia mi è sembrato un segnale preciso: Lanthimos non ha alcuna intenzione di adagiarsi su ciò che funziona: sceglie di tornare a un cinema più rischioso, più personale, meno accomodante. Non è il suo film più immediato, né il più iconico. Ma è uno di quelli che, col tempo, cresce. E per chi segue Lanthimos da anni, Bugonia non è una deviazione: è una conferma.