“Voglio morire serenamente nel sonno come mio nonno, non urlando di paura come i suoi passeggeri.”
Don’t Look Up è una commedia solo se accettiamo l’idea che ridere davanti alla fine del mondo sia ancora una forma di sopravvivenza. Adam McKay (Anchorman, La Grande Scommessa) prende una premessa da disaster movie classico (due astronomi scoprono una cometa diretta verso la Terra, capace di cancellare la vita umana in pochi mesi…) e la trasforma in una satira politica feroce, sguaiata, a tratti anche volutamente irritante. Il punto non è chiedersi se il film sia sottile, perché non vuole esserlo. Il punto è che Don’t Look Up grida perché racconta un mondo che ha già smesso di ascoltare: un mondo in cui anche l’apocalisse deve passare prima dal filtro della comunicazione, del consenso, degli sponsor, delle elezioni, dei talk show, dei meme e dell’opportunità economica. È fantascienza, sì. Ma fa paura proprio perché non sembra abbastanza inventata.
Kate Dibiasky e Randall Mindy, interpretati da Jennifer Lawrence e Leonardo DiCaprio, sono due scienziati che fanno quello che in teoria dovrebbero fare gli scienziati: osservano, calcolano, verificano, avvisano. Scoprono una cometa, capiscono che l’impatto con la Terra è praticamente certo e provano a dirlo a chi ha il potere di intervenire. La risposta è un catalogo quasi comico di tutto ciò che non funziona nella nostra civiltà: la presidente degli Stati Uniti pensa ai sondaggi, i media pensano a rendere la notizia digeribile e simpatica, i social trasformano il panico in contenuto, un miliardario della tecnologia vede nella catastrofe una miniera da sfruttare. Il sapere scientifico non viene confutato davvero: viene assorbito, deformato, messo in pausa, venduto, polarizzato. Ed è questo il dettaglio più spaventoso del film. Non viviamo in un’epoca in cui la verità viene semplicemente nascosta. Viviamo in un’epoca in cui la verità può essere visibile in cielo e qualcuno riuscirà comunque a trasformarla in una questione di brand.
La rabbia di Don’t Look Up nasce da qui, dal fatto che la cometa è una metafora fin troppo leggibile della crisi climatica, ma anche del modo in cui abbiamo gestito la pandemia, la disinformazione, la sfiducia nella scienza, la dipendenza da leader che parlano alla pancia mentre il mondo brucia. Il film è pieno di personaggi volutamente sgradevoli, caricaturali, quasi insopportabili, ma il fastidio che provocano è parte dell’esperienza. Meryl Streep rende la presidente Orlean una figura grottesca e riconoscibile, più interessata alla narrazione del potere che alla realtà del pericolo. Mark Rylance, nei panni del magnate Peter Isherwell, incarna benissimo quel capitalismo tecnologico che parla con voce dolce, promette innovazione e intanto tratta il pianeta come una proprietà privata. Cate Blanchett e Tyler Perry rendono il mondo televisivo una macchina di anestesia collettiva, dove anche la fine dell’umanità deve restare leggera, sorridente, condivisibile. E Leonardo DiCaprio, soprattutto nella scena in cui esplode in diretta, trova uno dei momenti più forti del film: la frustrazione di chi non riesce più a sopportare l’obbligo sociale di essere calmo mentre tutto crolla.
Non tutto è perfetto. Don’t Look Up a volte martella, ripete, insiste, spinge la satira fino al punto in cui sembra non fidarsi abbastanza dello spettatore. Alcuni passaggi sono talmente espliciti da rischiare l’effetto predica, e il film sa benissimo da che parte politica sta guardando. Questo può limitarlo, perché una satira che vuole parlare a tutti finisce comunque per essere accolta soprattutto da chi si riconosce già nella sua rabbia. Però sarebbe ingeneroso fermarsi lì. La sua forza non sta nella finezza, ma nell’urgenza. McKay non sta facendo un ricamo: sta lanciando un oggetto contro una finestra chiusa. E forse, in un tempo in cui ogni crisi viene trasformata in dibattito, trend, tifoseria o occasione di profitto, la misura elegante non basta più.
La cosa più dolorosa, alla fine, è che Don’t Look Up non odia l’umanità. Anzi, sotto tutta la sua furia, sembra disperatamente innamorato di quello che potremmo essere e continuiamo a sprecare. La cena finale è il momento in cui il film finalmente smette di urlare e trova il suo centro più fragile: avevamo tutto, davvero. Una casa, del cibo, delle mani, una conversazione, un pianeta. Don’t Look Up è un film da vedere perché non consola e non assolve, ma costringe a guardare quella cometa che preferiremmo ignorare. Non importa se la chiamiamo crisi climatica, disinformazione, capitalismo predatorio o semplice stupidità collettiva. Il nome cambia. Il cielo, purtroppo, resta lì.



