Opera prima di Valeria Golino alla regia, Miele dimostra subito una mano ispirata e capace. Il tema che tocca è scottante, trattato però con delicatezza e senza la voglia di trasformare il film in un manifesto. Per raccontare una questione impegnativa come il suicidio assistito si affida a piene mani alla semplicità di una stupenda Jasmine Trinca, già vista in La Stanza del Figlio, La Meglio Gioventù e Romanzo Criminale. Miele è lo pseudonimo di Irene, usato dalla ragazza nella sua occupazione clandestina: aiuta persone malate terminali che hanno deciso di porre fine alle proprie sofferenze. Il film, ispirato al romanzo Vi perdono di Mauro Covacich, entra in questo territorio senza giudizi facili e senza cercare lacrime a comando.
Irene è una ragazza fragile, introversa, che trova forza celando la sua vera identità, quasi a volersi estraniare dalla realtà in quei frangenti delicati della sua vita, in cui le persone affidano a lei la propria esistenza. Tutto cambia quando incontra Grimaldi, interpretato da Carlo Cecchi: l’uomo non è malato terminale, è fisicamente sano e vuole semplicemente morire perché non prova più interesse per la vita. È il caso che incrina tutte le certezze di Irene. Fino a quel momento aveva costruito il proprio lavoro attorno a una regola morale precisa; improvvisamente si trova davanti qualcuno che rende quella regola insufficiente.
È qui che Miele diventa davvero interessante. Golino evita sia il melodramma sia il dibattito urlato e lascia che siano soprattutto i dialoghi fra Irene e Grimaldi a mettere in crisi lo spettatore. Jasmine Trinca interpreta benissimo una donna che sembra fredda solo perché ha bisogno di esserlo per continuare a fare ciò che fa; Carlo Cecchi, dall’altra parte, porta ironia, durezza e una lucidità quasi irritante. Il loro rapporto non diventa mai semplice e proprio questa ambiguità tiene vivo il film.
Presentato a Cannes nella sezione Un Certain Regard, Miele tratta una tematica tutt’altro che nazionalpopolare ma si rivela sorprendentemente accessibile e mai pesante. Non cerca una risposta definitiva sull’eutanasia o sul diritto di morire: mette piuttosto in scena il momento in cui una convinzione apparentemente solidissima incontra un caso che non rientra più nelle regole. È un film piccolo, delicato e molto umano, che merita ancora di essere scoperto. Anche la regia lavora per sottrazione: pochi eccessi, molti silenzi, corpi osservati da vicino e una protagonista che sembra sempre sul punto di crollare senza concederselo davvero. È proprio questa misura a evitare che un tema così delicato diventi ricatto emotivo. Miele non chiede allo spettatore di schierarsi, ma di restare dentro il dubbio insieme a Irene.

