Still Alice, diretto da Richard Glatzer e Wash Westmoreland e tratto dal romanzo di Lisa Genova, racconta una malattia devastante partendo da una donna che ha costruito tutta la propria identità proprio intorno alla mente e al linguaggio. Alice Howland, Julianne Moore, è una rinomata professoressa di linguistica alla Columbia University, sposata con John, Alec Baldwin, e madre di tre figli. Quando comincia a dimenticare parole semplici o a sentirsi smarrita in luoghi che frequenta ogni giorno, capisce che non si tratta della normale distrazione di una vita piena di impegni.
La diagnosi è Alzheimer familiare a esordio precoce. Per Alice significa affrontare non soltanto ciò che perderà, ma anche la possibilità che i figli abbiano ereditato la stessa mutazione genetica. Il film segue il deterioramento senza trasformarlo in una sequenza di grandi scene madri: ci sono appuntamenti dimenticati, oggetti che non si trovano più, percorsi familiari che diventano improvvisamente estranei. Più che spiegare la malattia dall’esterno, prova a mostrarci quanto sia spaventoso accorgersi di non poter più fare affidamento sulla propria memoria.
Julianne Moore si porta a casa meritatamente l’Oscar come miglior attrice protagonista e interpreta Alice senza cercare pietà facile. La vediamo arrabbiarsi, organizzarsi, nascondere la paura e provare a mantenere il controllo con strategie sempre meno efficaci. Anche la famiglia viene messa alla prova in modi diversi: John cerca soluzioni pratiche, mentre Lydia, interpretata da Kristen Stewart, costruisce con la madre un rapporto che diventa sempre più importante proprio quando le parole cominciano a mancare. Anna e Tom reagiscono in maniera differente alla componente ereditaria della diagnosi, e il film mostra bene quanto una malattia del genere non appartenga mai soltanto alla persona che la riceve. Ogni scelta di Alice modifica anche il modo in cui gli altri immaginano il proprio futuro.
“Noi non siamo la nostra malattia”, dice Alice durante un discorso sull’Alzheimer, ed è probabilmente il cuore del film. Still Alice merita assolutamente di essere visto perché è coinvolgente e toccante senza trasformarsi nel classico film drammatico melenso. Lascia invece un ritratto concreto di cosa significhi provare a restare se stessi mentre parti della propria identità diventano sempre più difficili da raggiungere. Un film duro, ma anche profondamente umano. Il merito maggiore è forse proprio questo: lascia spazio alla paura senza ridurre Alice alla sua diagnosi, continuando a ricordarci chi era, chi è e quanto di lei resta anche quando la memoria comincia a sottrarsi. È anche un film che funziona molto bene per chi cerca una storia sulla famiglia e sull’identità più che un semplice dramma sulla malattia: il dolore c’è, ma nasce soprattutto dal vedere una persona costretta a ridefinire giorno dopo giorno il proprio rapporto con gli altri e con se stessa.

