RoboCop

RoboCop - Paul Verhoeven, 1987

Recensione di

★★★★★ ★★★★★
Voto medio: 4,30
(50 voti totali)

“Vivo o morto, tu verrai con me.”

Detroit sta andando a pezzi e la soluzione escogitata in RoboCop non è sistemare la città, ma venderne pezzi sempre più grandi a una multinazionale. È già tutto qui, nell’idea che Paul Verhoeven mette al centro del suo film del 1987: la OCP controlla la polizia, sogna di ricostruire interi quartieri secondo i propri interessi e considera persino un agente morto un’opportunità industriale. Alex Murphy, poliziotto assassinato brutalmente dalla banda di Clarence Boddicker, viene trasformato in RoboCop, macchina perfetta per ristabilire l’ordine senza scioperi, dubbi o volontà propria. Sulla carta potrebbe sembrare il più glorioso dei B-movie anni Ottanta: armatura cromata, sparatorie, cattivi mostruosi, robot giganti e una quantità di sangue che oggi farebbe probabilmente litigare mezzo ufficio marketing. In realtà RoboCop è un film da vedere assolutamente perché dietro a quella superficie fracassona c’è una satira sociale lucidissima, feroce e ancora sorprendentemente attuale. La privatizzazione dei servizi pubblici, le aziende capaci di influenzare la politica, l’informazione ridotta a spettacolo, una città divisa tra povertà e ricchezza: Verhoeven non costruisce un futuro fantascientifico astratto, prende il presente e gli alza semplicemente il volume.

La genialità sta nel non trasformare mai tutto questo in una lezione. RoboCop continua a essere un action violentissimo, divertente e perfettamente consapevole della propria esagerazione. Peter Weller riesce nell’impresa quasi impossibile di dare un’anima a un personaggio nascosto per gran parte del film sotto chili di armatura: basta il modo in cui RoboCop si muove, si ferma o comincia lentamente a ricordare per far capire che dentro quella proprietà aziendale c’è ancora Murphy. Ed è proprio la memoria a mandare in crisi il progetto OCP. Una macchina dovrebbe obbedire; Murphy invece sogna la propria morte, riconosce Anne Lewis, torna nei luoghi della sua vita precedente e comincia a interrogarsi su chi fosse prima che qualcun altro decidesse cosa dovesse diventare. La fantascienza serve quindi a rendere concreta una domanda molto semplice e parecchio inquietante: quanta parte di una persona può essere sottratta prima che smetta di essere sé stessa? Intorno a lui Verhoeven costruisce una galleria di cattivi meravigliosamente disgustosi. Kurtwood Smith rende Clarence Boddicker uno dei criminali più memorabili del decennio, mentre Ronny Cox e Miguel Ferrer rappresentano un’altra forma di violenza, più elegante e forse ancora peggiore: quella dei dirigenti OCP che trattano vite umane, sicurezza pubblica e morte come voci di bilancio. Anche ED-209, il gigantesco robot poliziotto incapace perfino di affrontare una scala, è contemporaneamente minaccioso e ridicolo: tecnologia costosissima venduta come progresso e progettata da persone convinte che basti essere più armati per essere più efficienti.

È questo equilibrio assurdo a rendere RoboCop molto più resistente del suo stesso immaginario anni Ottanta. Gli effetti in stop motion di ED-209 mostrano inevitabilmente l’età, qualche eccesso è talmente sopra le righe da rasentare il cartone animato e Verhoeven non conosce esattamente il significato della parola “sobrietà”. Ma togliere quegli eccessi significherebbe togliere metà del film. La violenza non serve soltanto a soddisfare il pubblico dell’action: viene spinta a livelli grotteschi proprio per mostrare quanto sia folle la società che la produce e poi la trasforma in spettacolo. Le finte pubblicità e i notiziari sparsi nel film raccontano un mondo in cui guerra, consumismo, criminalità e intrattenimento sono ormai diventati indistinguibili. Nel mezzo di tutto questo, Murphy tenta semplicemente di tornare a essere un uomo. Ed è bellissimo che la sua vera vittoria non sia diventare una macchina più potente, ma recuperare un nome. Quando alla fine gli chiedono come si chiama e lui risponde “Murphy”, il film chiude perfettamente il proprio arco: l’azienda aveva costruito RoboCop, ma non era riuscita a cancellare Alex Murphy. Trent’anni abbondanti dopo, tra aziende gigantesche, automazione, sicurezza privatizzata e tecnologia venduta come soluzione universale, la satira di RoboCop sembra quasi meno fantascientifica di quanto dovrebbe. E sotto tutta quella ferraglia continua a battere un cuore umano.

Scheda del film

Titolo originale
RoboCop
Anno
Regia
Paul Verhoeven
Durata
103 minuti
Cast
Peter Weller, Nancy Allen, Dan O'Herlihy, Ronny Cox, Kurtwood Smith, Miguel Ferrer, Robert DoQui, Ray Wise, Felton Perry, Paul McCrane, Jesse D. Goins, Del Zamora, Calvin Jung, Rick Lieberman, Lee de Broux

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