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Tutti gli Uomini del Presidente prende uno degli scandali politici più famosi del Novecento e compie una scelta che oggi sembra quasi folle: invece di concentrarsi su Richard Nixon, sulla Casa Bianca o sul momento spettacolare della caduta di un presidente, Alan J. Pakula mette due giornalisti davanti a telefoni, taccuini, macchine da scrivere e persone che non vogliono parlare. Bob Woodward e Carl Bernstein, interpretati da Robert Redford e Dustin Hoffman, partono da quello che sembra un banale furto nella sede del Comitato Nazionale Democratico al Watergate e cominciano a trovare collegamenti sempre più difficili da ignorare. Il risultato è un thriller politico e investigativo in cui praticamente nessuno corre, quasi nessuno impugna una pistola e la tensione nasce da una domanda molto più semplice: possiamo pubblicarlo? La sceneggiatura di William Goldman taglia tutto ciò che non serve e trasforma il lavoro giornalistico in azione pura. Una telefonata, una correzione, un nome scritto su un foglio o una fonte che conferma qualcosa con enorme riluttanza acquistano il peso che normalmente avrebbe un inseguimento. E non importa sapere già che l’indagine finirà per contribuire alla caduta di Nixon: quello che interessa al film non è cosa accadde, ma quanto lavoro, insistenza e verifica furono necessari per dimostrarlo. È proprio questo aspetto procedurale a tornare con forza nelle impressioni sul film: Woodward e Bernstein non vengono raccontati come geni infallibili, ma come due professionisti che costruiscono lentamente la verità, una telefonata e una conferma alla volta.
Redford e Hoffman sono fondamentali perché evitano qualsiasi posa eroica. All’inizio quasi si pestano i piedi, hanno approcci diversi e devono imparare a lavorare insieme; poi diventano una coppia talmente coordinata che i loro dialoghi sembrano scambi rapidissimi tra due giocatori che conoscono perfettamente il movimento dell’altro. La regia di Pakula, però, non permette mai loro di sembrare più grandi del sistema che stanno affrontando. Anzi, spesso fa esattamente il contrario: li riprende dall’alto, minuscoli dentro enormi spazi, persi tra montagne di documenti o immersi nell’architettura di Washington. È una trovata semplicissima e potentissima: mentre loro raccolgono frammenti di informazioni, dall’altra parte esiste un apparato politico enormemente più grande di loro. Anche Gola Profonda, interpretato da Hal Holbrook, non arriva a consegnare comodamente la soluzione del mistero. Appare nel buio di un parcheggio e offre indicazioni, dubbi, avvertimenti; il potere nel film resta quasi sempre fuori campo, presente attraverso silenzi, porte chiuse, persone spaventate e fonti che improvvisamente smettono di parlare. Gordon Willis fotografa tutto con ombre densissime, soprattutto negli incontri nel garage, mentre la redazione del Washington Post è l’opposto: luce, rumore, telefoni, macchine da scrivere, lavoro continuo. Il contrasto rende visibile il conflitto tra chi cerca informazioni e chi ha tutto l’interesse a tenerle nascoste.
È anche il motivo per cui Tutti gli Uomini del Presidente continua a essere un film da vedere cinquant’anni dopo. Non perché dia una visione romantica del giornalismo, ma perché mostra quanto possa essere noioso, frustrante e fragile il processo necessario per arrivare a una notizia vera. Woodward e Bernstein bussano a porte, controllano informazioni, sbagliano, ritornano sulle fonti, cercano una seconda conferma e si sentono ripetere continuamente che ciò che hanno raccolto non basta ancora. Il film può risultare impegnativo alla prima visione: nomi, incarichi e collegamenti politici arrivano velocemente e Pakula non si preoccupa troppo di prendere per mano chi non conosce già il Watergate. È probabilmente il suo limite maggiore, e alcune delle recensioni che mi hai passato lo segnalano chiaramente. Ma è anche parte della sua forza: non semplifica un’indagine complessa soltanto per renderla più comoda allo spettatore. Robert Redford diceva che questo è un film violento in cui le parole vengono usate come armi; difficile trovare definizione migliore. Non servono sparatorie quando in gioco ci sono la libertà di stampa, la credibilità di un giornale e un potere politico che cerca di rendersi intoccabile. Per chi ama Spotlight, i thriller investigativi o semplicemente i film in cui persone normali fanno bene un lavoro difficilissimo, Tutti gli Uomini del Presidente è un film da vedere assolutamente. Non celebra il momento in cui la verità trionfa: celebra la fatica necessaria per poterla affermare.

