A mezzo secolo dalla sua uscita, Quinto potere continua a fare un effetto curioso: dovrebbe sembrare un fossile della televisione americana degli anni Settanta e invece assomiglia fin troppo a qualcosa che abbiamo imparato a riconoscere. Sidney Lumet parte da un’idea semplice e brutale. Howard Beale, storico anchorman della rete UBS, viene informato che sarà licenziato per il calo degli ascolti; il giorno dopo annuncia in diretta che si suiciderà davanti alle telecamere. Per qualsiasi persona normale sarebbe il segnale di fermarsi, aiutarlo, spegnere tutto. Per la televisione di Network, invece, è l’inizio di un successo. Gli ascolti salgono, il crollo di un uomo diventa format e la giovane dirigente Diana Christensen capisce immediatamente che quella rabbia può essere trasformata in spettacolo. Il titolo italiano, Quinto potere, gioca apertamente con Quarto Potere, ma non è solo una strizzata d’occhio: se Orson Welles ragionava sul potere della stampa, Lumet e lo sceneggiatore Paddy Chayefsky mettono sotto processo una macchina più rapida, emotiva e invasiva, capace di convertire perfino la disperazione in audience. È un film del 1976, ma il meccanismo che descrive (attenzione, indignazione, monetizzazione, nuova indignazione) non ha bisogno di essere aggiornato per risultare familiare.
La cosa più intelligente è che Quinto potere non si accontenta di avere ragione. Se fosse soltanto una profezia sui media, oggi sarebbe interessante come documento; invece resta un film da vedere perché è scritto e recitato con una forza quasi indecente. Peter Finch trasforma Howard Beale in qualcosa di più complesso del “pazzo che dice la verità”: è un uomo fragile che il sistema prima scarta, poi incorona e infine usa finché produce valore. Faye Dunaway, Oscar come Finch, fa di Diana Christensen una dirigente brillantissima e spaventosa proprio perché non sembra una villain tradizionale: non odia nessuno, semplicemente traduce ogni cosa nel linguaggio degli ascolti. William Holden è Max Schumacher, l’uomo che comprende il disastro ma non è immune dalle proprie contraddizioni, mentre Robert Duvall e Ned Beatty completano un mondo in cui l’etica può essere discussa finché non interferisce con il bilancio. Chayefsky scrive dialoghi enormi, spesso veri e propri monologhi, e qui si trova anche il limite più evidente del film: alcuni personaggi sembrano a tratti salire su un palco per diventare idee con le gambe. Eppure Lumet impedisce quasi sempre che il testo si trasformi in teatro filmato. La regia resta sobria, precisa, poco interessata a mettersi in mostra; lascia che siano gli studi televisivi, le riunioni dirigenziali e i volti degli attori a diventare progressivamente più irreali mentre tutti continuano a comportarsi come se quello che accade fosse normale.
È proprio questa normalità a rendere Quinto potere così corrosivo. Non dice semplicemente che la televisione mente o che il pubblico è manipolabile: mostra un sistema in cui perfino la ribellione può essere assorbita, confezionata e venduta. Howard diventa popolare perché urla contro il sistema, ma la sua protesta resta perfettamente utilizzabile finché genera ascolti; quando smette di essere conveniente, il problema cambia natura. Anche la relazione fra Max e Diana segue la stessa logica: lui cerca ancora un confine tra vita e spettacolo, lei sembra incapace di parlare di sé senza trasformare l’intimità in programmazione. È un film arrabbiato, sì, e a volte volutamente esagerato, ma non è mai pigro. I quattro Oscar vinti (Peter Finch, Faye Dunaway, Beatrice Straight e la sceneggiatura di Chayefsky) raccontano solo una parte della sua forza: la vera ragione per recuperarlo oggi è vedere quanto bene sappia collegare economia, informazione e bisogno umano di essere ascoltati. Se cercate un classico “importante” ma temete due ore di riverenza museale, qui non ce n’è molta: Quinto potere è feroce, divertente nel modo più nero possibile, pieno di scene che ancora mordono e abbastanza imperfetto da restare vivo. E dopo averlo visto è difficile guardare un talk show, un titolo urlato o una polemica costruita per trattenere pubblico senza chiedersi, almeno per un secondo, chi stia davvero facendo audience con la rabbia di chi.

