Che Jack Black sia sinonimo di risate assicurate è risaputo. Ma il bello dei film in cui recita è spesso la singolarità della trama. In tante pellicole veste i panni del disadattato, dell’emarginato da tutti tranne che da pochi intimi, in genere un solo amico, come in questa storia. Eppure le situazioni in cui finisce sono sempre così assurde da rendere le sue commedie gradevoli a un pubblico di età e gusti diversi. School of Rock è forse uno degli esempi più riusciti: un personaggio improbabile, un’idea folle e una quantità di musica capace di conquistare anche chi di rock non capisce niente.
Dewey Finn, lo scatenato chitarrista interpretato da Black, si finge il suo coinquilino Ned Schneebly, un insegnante, solo ed esclusivamente per guadagnare soldi scaldando una scrivania. Vive perennemente a corto di denaro, senza un lavoro stabile, perché dedica tutto il suo tempo a una vita da rocker che sembra soltanto quella di un illuso. O forse no? Quando la sua band lo scarica per l’esuberanza, prende al volo l’occasione di una supplenza in una scuola privata e scopre che i bambini della classe hanno un talento musicale insospettabile.
A quel punto Dewey li “ingaggia” per formare un gruppo. Trova a tutti un ruolo, dagli strumenti alle voci, fino ai compiti di contorno, in modo da renderli complici e partecipi del progetto, ovviamente segreto. Non vuole insegnare matematica o grammatica, ma la storia del rock, l’energia del palco e il piacere di suonare insieme. Il suo metodo è quanto di meno ortodosso si possa immaginare, e proprio per questo è divertentissimo vedere come riesca a convincere i ragazzi e a guadagnarsi la loro fiducia.
Il regista Richard Linklater lascia spazio all’esuberanza di Jack Black senza dimenticare i piccoli protagonisti, che non sono semplici comparse. La preside interpretata da Joan Cusack aggiunge un altro ostacolo comico a un piano già abbastanza sgangherato. Tra prove, bugie e assoli, emerge anche una bella idea: la musica può dare sicurezza a chi non trova il proprio posto, e un gruppo funziona soltanto se ognuno ha qualcosa da offrire.
È interessante vedere come Dewey se la cavi sempre nei modi più disparati, soprattutto quando il suo castello di carte comincia a traballare. Una commedia vivace, scatenata e sorprendentemente affettuosa. Non può mancare nel bagaglio cinematografico di nessuno, nemmeno di chi di solito non ama il genere! Anche i momenti in cui i bambini imparano ad ascoltarsi e a superare la timidezza fanno sorridere, perché dietro gli scherzi e le chitarre elettriche c’è una classe che comincia davvero a sentirsi una squadra. E il bello è che tutto questo accade senza spegnere l’irresistibile follia di Dewey.

