Il titolo non lascia spazio all’immaginazione: Crash, incidente. Per fortuna dietro al titolo si nasconde Cronenberg, maestro dell’indagine psicologica della mente umana e di ogni sua perversione, che non si limita a raccontarci i postumi di una sciagura, ma costruisce una vicenda che come al solito ci sconvolge, ci lascia esterrefatti e ci porta ai confini del concepibile da una persona sana di mente. Il film nasce dal romanzo omonimo di J.G. Ballard e Cronenberg trova nel materiale dello scrittore qualcosa di perfettamente compatibile con le proprie ossessioni: corpi, tecnologia, desiderio e trasformazione si mescolano fino a rendere quasi impossibile capire dove finisca la curiosità e dove cominci la dipendenza.
James Ballard vive con Catherine una storia passionale, carnale, il tradimento non mina il loro rapporto ma lo alimenta. Come detto sarà l’incidente dell’uomo a cambiare le loro vite, rendendole se possibile ancora più scellerate. Durante la riabilitazione, infatti, conoscono Vaughan, personaggio misterioso, con la passione per cicatrici e malformazioni del corpo provocate proprio da sinistri stradali e con una strana passione per la riproposizione di “schianti famosi”. James Spader interpreta Ballard con un distacco quasi ipnotico, Deborah Kara Unger rende Catherine altrettanto indecifrabile, mentre Elias Koteas trasforma Vaughan in una specie di sacerdote di questa nuova ossessione. Anche Holly Hunter entra nel gioco dopo essere sopravvissuta all’incidente che coinvolge James. Nessuno di loro sembra davvero interessato a tornare alla normalità: quello che dovrebbe essere un trauma diventa invece la porta d’ingresso verso una forma di desiderio sempre più estrema.
Parecchi esempi nella storia del cinema fanno di un scontro automobilistico il cardine della propria narrazione (Grindhouse – A Prova di Morte tanto per citarne uno), in questo caso però il regista indaga l’immoralità che i suoi protagonisti provano nel trasformare un potenziale evento fortuito e catastrofico nel proprio pane quotidiano, linfa vitale a cui non sembrano poter rinunciare. Cronenberg filma tutto con una freddezza quasi clinica: non cerca di rendere eccitante ciò che vede, ma nemmeno lo giudica apertamente. Questa distanza rende il film ancora più disturbante, perché costringe lo spettatore a osservare un mondo in cui dolore, metallo, cicatrici e sesso diventano parti della stessa fantasia.
Non sorprende che Crash abbia diviso il pubblico fin dall’uscita. Al Festival di Cannes del 1996 vinse il Premio speciale della giuria, ma la sua fama resta legata soprattutto alle polemiche e al disagio che continua a provocare. È un film molto meno interessato alla trama di quanto lo sia alle ossessioni dei personaggi e alle immagini che riesce a costruire, quindi chi cerca un thriller tradizionale potrebbe trovarlo freddo o respingente. Chi invece apprezza il Cronenberg più fisico e concettuale troverà qui uno dei suoi lavori più coerenti e radicali. Anche la fotografia di Peter Suschitzky e la musica di Howard Shore aiutano a dare al film quell’aria sospesa, quasi irreale, in cui le automobili sembrano più fredde e sensuali dei personaggi stessi. Se avete voglia di sconvolgervi la serata avete trovato una delle pellicole più adatte: non perché punti sullo shock facile, ma perché prende sul serio un desiderio che normalmente il cinema non oserebbe nemmeno formulare.

