Drive è un gran film. Semplicemente, potrebbe bastare questo per consigliarne la visione. Io stesso l’avevo snobbato per colpa del titolo, convinto di trovarmi davanti all’ennesimo film adrenalinico di inseguimenti alla Fast & Furious. Niente di più sbagliato. Se dovessi accostarlo a un altro titolo, il primo che mi viene in mente è A History of Violence di David Cronenberg, anche se Drive ha una freddezza, una malinconia e una violenza improvvisa tutte sue.
Il protagonista, interpretato da Ryan Gosling, non ha nemmeno un vero nome: è semplicemente il Driver. Di giorno lavora in officina e fa lo stuntman per il cinema, di notte mette il proprio talento al volante al servizio di rapinatori. Parla poco, osserva molto e sembra avere senso soltanto quando guida. La routine cambia quando conosce Irene, la vicina di casa interpretata da Carey Mulligan, e suo figlio Benicio. Fra loro nasce una vicinanza silenziosa che potrebbe diventare qualcosa di più, ma il ritorno del marito di lei, Standard, appena uscito di prigione, rimette tutto in movimento.
Da lì la storia si complica e non aggiungo altro, perché Drive funziona meglio quando la violenza entra quasi senza preavviso. Nicolas Winding Refn costruisce Los Angeles attraverso notti al neon, parcheggi, motel, ascensori e lunghi silenzi. La fotografia di Newton Thomas Sigel è maestosa, la colonna sonora elettronica è ormai inseparabile dal film e ogni inquadratura sembra pensata per far convivere romanticismo e minaccia. Gosling è perfetto perché toglie invece di aggiungere: un’espressione, una pausa, un piccolo movimento bastano a far capire quanto il suo personaggio sia più pericoloso di quanto appaia.
Anche Albert Brooks e Ron Perlman danno alla parte criminale un peso notevole, mentre Bryan Cranston riesce a rendere Shannon molto più di una semplice spalla. E poi c’è quell’immagine ormai iconica del Driver con il giubbotto bianco e lo scorpione dorato sulla schiena: un dettaglio quasi da fumetto che riassume perfettamente il personaggio, apparentemente immobile e pronto a colpire quando viene provocato. Refn usa pochissimi dialoghi e lascia che siano montaggio, musica e sguardi a costruire la tensione, scelta che gli valse anche il premio per la regia a Cannes. Dopo Bronson, Refn firma un film ancora più controllato e potente. La trama, presa da sola, è quasi elementare; è la realizzazione a trasformarla. Un noir moderno, romantico e brutale, da vedere soprattutto se pensate che il titolo prometta soltanto motori e corse. La macchina qui non è il fine, è il luogo in cui il protagonista riesce a essere veramente se stesso. Proprio come era successo a me, il film potrebbe sorprendervi parecchio.

