Kynodontas, noto internazionalmente come Dogtooth, è uno dei film che hanno imposto Yorgos Lanthimos all’attenzione internazionale. Una coppia cresce i tre figli adulti dentro una villa isolata, impedendo loro qualsiasi contatto reale con il mondo esterno. Non è un rapimento nel senso di Room: è un sistema familiare costruito deliberatamente per controllare ciò che i figli sanno, desiderano e perfino il significato delle parole che usano.
Il padre decide che cosa esiste oltre il giardino e inventa definizioni assurde per termini comuni, trasformando il linguaggio in uno strumento di potere. La madre partecipa a questo universo chiuso, anche se il film lascia volutamente spazio per interrogarsi sul suo grado di complicità. I figli, privi di qualsiasi riferimento esterno, accettano regole che allo spettatore sembrano immediatamente folli.
Kynodontas vinse il premio Un Certain Regard a Cannes e arrivò alla nomination all’Oscar come miglior film in lingua straniera. Non è comunque un film per tutti. Sessualità, violenza e situazioni disturbanti contano, ma ciò che lo rende davvero difficile è lo stile di Lanthimos: recitazione trattenuta, inquadrature fredde e una normalità artificiale che rende ogni gesto ancora più inquietante.
Una persona proveniente dall’esterno diventa inevitabilmente una crepa nel sistema, perché basta introdurre un oggetto, una parola o un’immagine diversa per dimostrare che il mondo raccontato dai genitori non è l’unico possibile. Da qui il film costruisce una riflessione molto forte su autorità, educazione, repressione e controllo del linguaggio senza trasformarsi mai in una spiegazione didascalica.
Chi conosce il Lanthimos successivo riconoscerà già parecchi elementi che torneranno in The Lobster e, in forme molto diverse, in Povere Creature!. Qui però tutto è più secco, crudele e chiuso. A tratti è difficile da digerire, ma proprio quella sensazione di repulsione rende il film quasi impossibile da dimenticare.
Uno degli aspetti più inquietanti è il modo in cui i figli accettano regole assurde perché non possiedono strumenti per confrontarle con altro. Il film mostra così quanto il controllo dell’informazione possa diventare controllo della realtà stessa. Se nessuno ti insegna che una parola significa qualcosa di diverso, perfino il linguaggio può trasformarsi in una gabbia.
Lanthimos non offre spiegazioni rassicuranti sul passato dei genitori o su ciò che li abbia portati a costruire quel sistema. È una scelta che rende tutto più astratto e universale. Kynodontas non chiede tanto perché questa famiglia sia così, ma cosa succede quando un’autorità riesce a definire ogni confine del mondo di chi dipende da lei. È crudele, assurdo e stranamente comico nei momenti più sbagliati.
È anche un film che cambia parecchio dopo aver visto le opere successive del regista. Molte ossessioni di Lanthimos sono già qui in forma grezza: regole arbitrarie, corpi disciplinati, linguaggio deformato e personaggi che cercano libertà dentro sistemi costruiti per impedirgliela.

