Amores Perros è il primo lungometraggio di Alejandro González Iñárritu e il punto di partenza di quella che verrà poi chiamata “Trilogia della morte”, proseguita con 21 Grammi e Babel. E se il buongiorno si vede dal mattino, qui c’era già quasi tutto: storie spezzate che si toccano, personaggi moralmente ambigui, dolore, casualità e una macchina da presa che sembra sempre stare troppo vicina alle ferite dei protagonisti. La sceneggiatura di Guillermo Arriaga costruisce tre vicende autonome che finiscono per illuminarsi a vicenda.
Ambientato a Città del Messico, il film ruota attorno a tre storie di disagio e sofferenza unite da un incidente automobilistico e dalla presenza dei cani, fedeli compagni ma anche specchio brutale dei loro padroni. Octavio, interpretato da Gael García Bernal, vede nei combattimenti clandestini del suo cane una possibile via di fuga da una vita che sente già chiusa; Valeria, modella di successo, si ritrova improvvisamente a fare i conti con un corpo e un futuro che non rispondono più ai suoi piani; El Chivo, ex guerrigliero diventato sicario, vive ai margini della città insieme a un branco di cani e trascina con sé un passato che non riesce a seppellire.
Iñárritu si dimostra all’esordio già abilissimo nello scomporre e ricomporre le trame. Non c’è mai la sensazione di assistere a tre cortometraggi messi uno dietro l’altro: l’incidente che lega i personaggi cambia peso a seconda del punto di vista, e ogni storia aggiunge qualcosa alle altre. I primi piani, la macchina a mano e il montaggio nervoso ci buttano dentro la scena senza protezioni, mentre i momenti di quiete arrivano quasi sempre dopo che qualcosa si è già rotto.
È un film crudo e “vero”, sicuramente non indicato a un pubblico facilmente impressionabile, anche per la presenza dei combattimenti fra cani. Ma non cerca lo shock fine a se stesso: parla soprattutto di amore quando diventa bisogno, possesso, dipendenza o perdita. Il titolo è perfetto proprio perché tutte le storie ruotano attorno a persone che amano male, troppo o troppo tardi. Non a caso il film arrivò fino alla candidatura all’Oscar come miglior film straniero. Un esordio enorme, e ancora oggi un ottimo prodotto per chi cerca un film che smuova davvero gli animi. Colpisce anche per quanto poco cerchi di rendere simpatici i protagonisti: Iñárritu lascia che siano contraddittori, egoisti, disperati e a volte difficili da sopportare. Proprio per questo, quando le tre storie finiscono per risuonare una dentro l’altra, il film acquista una forza che va ben oltre il semplice esercizio di montaggio a incastro. È cinema che sporca le mani e non prova mai a consolare troppo.

