Come promesso, dopo essermi imbattuto in Upstream Color non ho potuto far altro che recuperare la prima fatica di Shane Carruth, regista con pochissimi soldi e una quantità spropositata di idee. Primer parte da quattro ingegneri che lavorano nel tempo libero a esperimenti dentro un garage. Abe e Aaron scoprono quasi accidentalmente che uno dei dispositivi costruiti produce un effetto temporale che può essere sfruttato per tornare indietro di alcune ore.
Il film non presenta la scoperta come una macchina del tempo spettacolare. I protagonisti osservano, misurano, fanno prove e cercano di capire cosa abbiano realmente costruito. È fantascienza raccontata dal punto di vista di due tecnici, con dialoghi volutamente densi e pochissime spiegazioni rivolte direttamente allo spettatore. Quando Abe e Aaron cominciano a usare il dispositivo per ottenere vantaggi personali, la situazione si complica attraverso duplicati, linee temporali sovrapposte e decisioni di cui diventa sempre più difficile ricostruire l’ordine.
La tematica del viaggio nel tempo è stata affrontata in mille modi, da Donnie Darko a Ritorno al Futuro, ma Primer sceglie la strada opposta allo spettacolo. Carruth non semplifica la logica per aiutare il pubblico e non segnala ogni deviazione temporale con effetti vistosi. Bisogna ascoltare, osservare e accettare che alla prima visione qualche passaggio possa sfuggire.
La cosa sorprendente è che Carruth scrive, dirige, monta, compone la musica e interpreta Aaron, realizzando il film con un budget di circa settemila dollari. I limiti produttivi diventano parte dello stile: garage, uffici, parcheggi e magazzini rendono l’invenzione ancora più credibile proprio perché sembra nata nel mondo reale e non in un laboratorio fantascientifico.
Primer non è un film da consigliare a chi vuole rilassarsi e capire tutto mentre guarda il telefono. Ma se amate la fantascienza cerebrale, è una piccola meraviglia che praticamente pretende una seconda visione. E il bello è che, una volta capito un passaggio, probabilmente ne troverete altri tre da mettere nuovamente in discussione.
Carruth evita anche la classica domanda sul cambiare grandi eventi storici. Abe e Aaron pensano inizialmente a soldi, investimenti e piccoli vantaggi personali, ed è proprio questa scala ridotta a rendere tutto più credibile. Il problema nasce quando ciascuno comincia a prendere decisioni senza essere certo di sapere che cosa abbia già fatto l’altro in una linea temporale precedente.
La confusione non è un incidente del film, è parte dell’esperienza. Primer vuole che lo spettatore provi la stessa perdita di controllo dei protagonisti. Non offre una mappa rassicurante e non si ferma a ricapitolare. Per qualcuno sarà frustrante; per chi ama smontare un film dopo i titoli di coda, è praticamente un invito a nozze.
È anche uno dei migliori esempi di quanto una grande idea possa compensare la mancanza di mezzi. Nessun effetto speciale spettacolare, nessuna star, quasi nessuna concessione al pubblico: solo un meccanismo narrativo abbastanza forte da continuare a essere discusso e studiato anni dopo.

