Tom Cruise irriconoscibile, petroliere miliardario, un ego grande più o meno quanto il disastro che ha appena contribuito a provocare: Digger parte da qui e Alejandro G. Iñárritu non prova neanche per un secondo a essere discreto. Digger Rockwell è uno degli uomini più potenti del pianeta e, davanti a una catastrofe che minaccia conseguenze enormi, reagisce nel modo più prevedibile per uno come lui: convincersi di essere anche l’unico capace di salvare tutti. Ne viene fuori una satira politica, economica ed ecologica volutamente grottesca, popolata da presidenti, industriali, consiglieri e uomini di potere che parlano come se controllassero il mondo mentre il mondo gli sta letteralmente sfuggendo di mano. Iñárritu ritrova qualcosa dell’energia febbrile di Birdman, lasciandosi invece parecchio alle spalle la gravità di Revenant – Redivivo: qui tutto è più artificiale, eccessivo e deliberatamente sgradevole.
Tom Cruise si prende il film e ci si diverte parecchio. Dopo anni passati soprattutto a correre, saltare dagli aerei e salvare il mondo come Ethan Hunt, è quasi liberatorio vederlo interpretare un uomo ridicolo, narcisista e allo stesso tempo abbastanza intelligente da risultare pericoloso. La cosa migliore che fa Digger è non renderlo semplicemente un mostro da odiare. Quando Rockwell difende il petrolio ricordando quanto la nostra stessa società continui a dipenderne, il film gli concede abbastanza ragione da rendere più scomoda la satira: è facile accusare chi vende qualcosa, molto meno chiedersi quanto siamo disposti a rinunciare a ciò che compriamo. Intorno a Cruise, Riz Ahmed, John Goodman, Jesse Plemons, Michael Stuhlbarg e Sandra Hüller alimentano un mondo in cui politica, affari e rappresentazione pubblica sembrano ormai impossibili da separare.
Poi Iñárritu complica le cose. Digger cambia tono, gioca con ciò che crediamo di stare guardando e rischia apertamente di perdere una parte del pubblico per strada. Alcune idee vengono spiegate troppo, qualche deviazione sembra più intelligente sulla carta che sullo schermo e 129 minuti di provocazioni continue possono risultare stancanti. Ma è difficile accusarlo di essere anonimo. Il punto più interessante non è nemmeno stabilire se Digger abbia torto o ragione: è vedere come il potere riesca a trasformare persino una catastrofe nella propria narrazione, e come anche noi spettatori possiamo indignarci, applaudire e poi tornare tranquillamente a casa. Non è il miglior Iñárritu e probabilmente dividerà parecchio, ma proprio per questo è un film da vedere: ha ambizione, personalità e abbastanza difetti da alimentare una discussione vera dopo i titoli di coda.

