Fatherland

Vaterland - Paweł Pawlikowski, 2026


Nel 1949 Thomas Mann rientra in Germania con la figlia Erika e ritrova un Paese lacerato dal nazismo. Pawlikowski racconta un ritorno senza casa.

Recensione di

★★★★★ ★★★★★
Voto medio: 4,12
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Trailer

“Perché ha accettato questo viaggio? Qual è il punto?”

Nell’estate del 1949 Thomas Mann torna in Germania dopo sedici anni di esilio e trova un Paese che porta ancora addosso le macerie della guerra, ma che sembra già avere fretta di decidere cosa ricordare e cosa dimenticare. In Fatherland, Paweł Pawlikowski lo mette su una Buick nera insieme alla figlia Erika e attraversa con loro una nazione non ancora formalmente divisa in due Stati, ma già spezzata tra l’influenza americana a ovest e quella sovietica a est. Mann è lì per ricevere onorificenze e parlare di Goethe, accolto contemporaneamente come gloria nazionale e come qualcuno che ha avuto il privilegio di andarsene mentre gli altri restavano. Il paradosso è bellissimo: uno dei simboli della cultura tedesca ritorna nella propria patria e scopre di non sapere più esattamente cosa significhi chiamarla casa. Pawlikowski, già autore di Ida e Cold War, non trasforma questo ritorno in una grande ricostruzione biografica. Gli bastano 82 minuti, pochi incontri, strade, alberghi, ricevimenti e soprattutto le distanze tra le persone. Il suo bianco e nero non sembra una decorazione d’autore appoggiata sopra il passato, ma il modo naturale in cui questa Germania può essere ricordata: elegante e devastata, formale e moralmente ancora piena di rovine.

Hanns Zischler interpreta Thomas Mann con una compostezza che lentamente diventa quasi dolorosa. È un uomo abituato a pesare ogni parola, consapevole del proprio ruolo pubblico e forse meno capace di comprendere ciò che accade nella propria famiglia. Accanto a lui Sandra Hüller costruisce un’Erika molto più mobile, nervosa, concreta, capace di osservare sia il padre sia il Paese con meno indulgenza. Dopo La Zona d’Interesse la ritroviamo ancora davanti alla memoria del nazismo, ma da una posizione completamente diversa: qui interpreta una donna che aveva combattuto apertamente contro Hitler, era fuggita e ora vede con inquietudine quanto velocemente alcune figure compromesse col vecchio regime siano tornate a occupare i propri posti. Nel viaggio tra Francoforte e Weimar padre e figlia incontrano persone del passato, vecchie conoscenze, intellettuali e rappresentanti dei nuovi equilibri politici; a ovest la rimozione può assumere il tono rassicurante di un ricevimento elegante, a est il nuovo potere tenta già di impossessarsi culturalmente di Mann. Nessuna delle due Germanie riesce davvero a offrirgli quella Heimat che dovrebbe rappresentare il ritorno a casa. E mentre fuori si discute di identità nazionale, dentro la macchina si consuma qualcosa di ancora più intimo: una frattura familiare che una notizia devastante rende impossibile continuare a ignorare. È forse qui che Fatherland trova le sue immagini più forti, quando lascia la Storia sullo sfondo e guarda due persone che vorrebbero consolarsi ma non possiedono necessariamente le parole per riuscirci.

È anche un film che chiede allo spettatore di entrare nel suo passo. Pawlikowski non spiega molto, non sottolinea quasi niente e dà per scontato che alcuni nomi, relazioni e ferite possano rimanere inizialmente opachi. Chi conosce Thomas Mann, Erika, Klaus e la Germania dell’immediato dopoguerra troverà sicuramente più livelli; chi arriva completamente digiuno potrebbe invece avere la sensazione che il film cominci e finisca proprio quando vorrebbe conoscerne meglio i personaggi. È il suo limite più evidente e, insieme, una conseguenza della sua precisione. Fatherland non vuole raccontare tutta una vita: sceglie un momento in cui una famiglia e una nazione si trovano davanti alla stessa domanda. Cosa si fa dopo? Come si torna in un luogo che non esiste più nella forma in cui lo ricordavamo? E soprattutto, quanto si può davvero ricominciare se non si è ancora imparato a piangere ciò che è andato perduto? La fotografia di Łukasz Żal, i silenzi, la musica e gli spazi vuoti trasformano quel viaggio in qualcosa di sospeso, quasi un ricordo già mentre sta accadendo. Pawlikowski ha vinto a Cannes il premio per la miglior regia, ed è facile capire perché: qui ogni inquadratura sembra togliere qualcosa invece di aggiungerlo. Fatherland è un film da vedere per chi ama un cinema storico che non ricostruisce il passato per esibirlo, ma lo utilizza per osservare ciò che continua a sopravvivere sotto la superficie. Non dà molte risposte. Lascia soprattutto una domanda che resta ben oltre gli 82 minuti: quando un Paese smette di essere casa?

Scheda del film

Titolo originale
Vaterland
Anno
Regia
Paweł Pawlikowski
Durata
82 minuti
Cast
Sandra Hüller, Anna Madeley, August Diehl, Joanna Kulig, Hanns Zischler, Devid Striesow, Theo Trebs, Philip Lenkowsky, David L. Price, Giorgio Rayzacher

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