Gangs of New York

Gangs of New York - Martin Scorsese, 2002

Amsterdam torna a Five Points per vendicare il padre ucciso da Bill il Macellaio. Scorsese racconta una New York divisa tra bande, immigrati e potere.

Recensione di

★★★★★ ★★★★★
Voto medio: 4,39
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Quando uccidi un re, non lo pugnali in un vicolo. Lo uccidi dove tutta la corte può vederlo morire.

Nel 1846, nel quartiere newyorkese di Five Points, decidere chi abbia il diritto di chiamarsi americano è una questione da risolvere a colpi di coltello. Da una parte ci sono i Nativi, protestanti e ferocemente ostili agli immigrati; dall’altra i Dead Rabbits, una banda di irlandesi cattolici che cerca di conquistarsi un posto nella città. Gangs of New York, diretto da Martin Scorsese, comincia con uno scontro sanguinoso nel quale Bill il Macellaio (Daniel Day-Lewis) uccide il capo della banda rivale, il Prete Vallon (Liam Neeson), davanti agli occhi di suo figlio. Sedici anni dopo, quel bambino torna a New York con il nome di Amsterdam (Leonardo DiCaprio) e un unico obiettivo: vendicare il padre. Potrebbe essere una classica storia di gangster e vendetta, ma Scorsese ha in mente qualcosa di decisamente più grande. Vuole raccontare la nascita di una città attraverso le persone che l’hanno costruita, combattuta e insanguinata. Soprattutto, vuole mostrarci quanto sia antica una contraddizione che conosciamo benissimo anche oggi: un Paese nato dall’immigrazione, nel quale qualcuno pretende continuamente di stabilire chi possa essere considerato abbastanza americano da appartenervi. E così, mentre Amsterdam si avvicina al suo nemico, intorno a lui prende forma una New York sporca, poverissima, violenta, lontana anni luce dalla metropoli scintillante che siamo abituati a immaginare.

Bill il Macellaio è uno dei personaggi più straordinari del cinema di Scorsese. Daniel Day-Lewis gli dà un carisma quasi insopportabile: è brutale, razzista, teatrale, capace di terrorizzare una stanza senza alzare la voce e, un istante dopo, di esplodere in una violenza spaventosa. Ma ridurlo a un cattivo pittoresco significherebbe perdere la cosa più interessante. Bill crede sinceramente nel proprio codice d’onore, ammira il coraggio degli avversari e considera Five Points il suo regno. È un uomo che difende un’idea di patria fondata soprattutto sull’esclusione degli altri. Il rapporto con Amsterdam rende tutto ancora più ambiguo: per avvicinarsi all’assassino di suo padre, il ragazzo deve guadagnarsi la sua fiducia, ma finisce per incontrare nell’uomo che odia qualcosa di simile a una figura paterna. Scorsese lascia crescere questa contraddizione senza trasformarla in una facile lezione morale. Leonardo DiCaprio regge bene il conflitto, anche se Day-Lewis possiede una forza scenica tale da rubare inevitabilmente l’attenzione. Cameron Diaz, nel ruolo della borseggiatrice Jenny, porta una nota di vulnerabilità e indipendenza, ma la storia sentimentale che la coinvolge è probabilmente la parte meno convincente della sceneggiatura. A dominare resta un mondo ricostruito con un’impressionante ricchezza di dettagli: le strade fangose, i mercati, le taverne, i teatri, le abitazioni sovraffollate. Sapere che gran parte di questa New York ottocentesca è stata ricreata a Cinecittà, grazie alle scenografie di Dante Ferretti, rende l’impresa ancora più affascinante. È un universo che sembra avere una vita propria anche quando i protagonisti non occupano il centro dell’inquadratura.

La storia personale di Amsterdam, intanto, si intreccia con qualcosa che nessuna vendetta individuale può controllare: la Guerra Civile americana, la leva obbligatoria, la corruzione politica e le tensioni sociali destinate a esplodere nelle strade. L’America combatte per il proprio futuro, ma a pagare il prezzo più alto sono spesso gli uomini che non hanno né denaro né potere. Scorsese non racconta questi conflitti per offrirci una ricostruzione storica impeccabile: alcuni personaggi ed eventi vengono liberamente reinventati. Il suo interesse è mostrare come si costruisca un’identità collettiva attraverso l’odio, la paura e il bisogno di trovare qualcuno da escludere. È una riflessione che dialoga idealmente con Fa’ la Cosa Giusta di Spike Lee, un film diversissimo che, più di un secolo dopo, ritrova nelle strade di New York le tensioni irrisolte fra appartenenza, razza e comunità. Naturalmente Gangs of New York non è perfetto: le sue quasi tre ore sono dense, a tratti persino sovraccariche, e la storia d’amore non ha la stessa forza del confronto fra Amsterdam e Bill. Ma sarebbe un peccato lasciare che questi limiti oscurino l’ambizione di un’opera tanto spettacolare. Scorsese riesce a essere feroce, coinvolgente e visivamente magnifico, senza cercare di rendere rispettabili i personaggi che racconta. È un film da vedere per chi ama le grandi saghe criminali, il cinema storico e le storie in cui il potere viene conquistato e difeso con ogni mezzo, purché si sia pronti a una visione lunga e spesso brutale. Alla fine, Five Points non sembra più soltanto un quartiere scomparso. Diventa il luogo in cui riconoscere una domanda che la società americana continua a porsi: chi può dire davvero «questa città è mia»?

Scheda del film

Titolo originale
Gangs of New York
Anno
Regia
Martin Scorsese
Durata
168 minuti
Cast
Leonardo DiCaprio, Daniel Day-Lewis, Cameron Diaz, Jim Broadbent, John C. Reilly, Henry Thomas, Brendan Gleeson, Liam Neeson, Gary Lewis, Stephen Graham, Eddie Marsan, David Hemmings, Cara Seymour, Alec McCowen, Barbara Bouchet

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