Ci sono tante ragioni per amare Paolo Sorrentino: l’unicità delle sue storie, la cura maniacale dell’immagine, le location e soprattutto certi personaggi che sembrano avere già una biografia intera soltanto dal nome. Geremia de’ Geremei è il protagonista de L’Amico di Famiglia, Jep Gambardella quello de La Grande Bellezza, e qui troviamo Titta Di Girolamo. Anche in questo caso Sorrentino si affida al superbo Toni Servillo, in un ruolo che sembra ritagliato sulla sua persona da un abile sarto.
Titta è un uomo sulla cinquantina, silenzioso, distinto ed elegantissimo. Vive da anni in un albergo svizzero, trascorrendo le giornate fra il bar, la propria stanza e abitudini ripetute con precisione quasi patologica. Ha alle spalle un matrimonio fallito e figli con cui il rapporto è praticamente inesistente. Soprattutto, non sembra aspettarsi più nulla. Le Conseguenze dell’Amore parte proprio da questa vita immobile e ci invita a domandarci perché un uomo apparentemente facoltoso abbia scelto una forma di esistenza così vuota e sorvegliata.
La risposta arriva lentamente. Sorrentino non ha fretta di spiegare i molti scheletri nell’armadio di Titta e usa il mistero per farci osservare prima l’uomo, i suoi silenzi e le sue piccole ossessioni. A incrinare l’equilibrio è Sofia, la giovane barista dell’albergo interpretata da Olivia Magnani. Non serve trasformare la loro relazione in una storia romantica tradizionale: basta che Titta cominci a desiderare qualcosa perché tutto il sistema costruito intorno a lui diventi improvvisamente instabile.
Servillo è magnifico proprio perché lavora per sottrazione. Un movimento degli occhi o una pausa dicono spesso più di un monologo, mentre Sorrentino costruisce intorno a lui geometrie, musica e inquadrature già pienamente riconoscibili. È il suo secondo lungometraggio e contiene già molto del regista che verrà, ma in una forma più asciutta e meno compiaciuta.
È un film che per anni ho colpevolmente snobbato, salvo poi ricredermi. Una storia elegante, sorprendentemente tesa quando decide di cambiare marcia e mai scontata, capace di passare dalla contemplazione al noir senza perdere identità. Fra le prove di Sorrentino e Servillo insieme, rimane per me una delle più riuscite.
Il titolo, poi, è perfetto perché per gran parte del film l’amore sembra quasi assente. Titta ha organizzato la propria esistenza proprio per non sentire più niente, e basta una crepa minima in quella disciplina perché arrivino tutte le conseguenze. Sorrentino costruisce il cambiamento senza sentimentalismi, mantenendo fino alla fine quell’aria fredda, ironica e misteriosa che rende il film così riconoscibile e così difficile da dimenticare, anche a distanza di anni.

