Eastwood — già dietro film come Mystic River, e poi Hereafter e J. Edgar — firma e interpreta un film dall’altissimo tasso drammatico, capace di commuovere anche i cuori di pietra. Million Dollar Baby parte come un classico film di boxe e per parecchio tempo sembra quasi voler rispettare tutte le regole del genere: palestra, allenamenti, sacrificio, un coach burbero e un’atleta che nessuno prende sul serio. Poi, lentamente, ci accorgiamo che Eastwood sta raccontando soprattutto due persone sole che trovano l’una nell’altra una famiglia possibile.
Il film conquistò quattro Oscar su sette nomination: miglior film, regia, attrice protagonista per Hilary Swank e attore non protagonista per Morgan Freeman. Premi comprensibili, perché è proprio il cast a rendere credibile ogni passaggio emotivo senza bisogno di grandi dichiarazioni.
Frankie Dunn è un uomo dal carattere assai scontroso, che ha dedicato tutta la sua vita alla boxe, prima come pugile e poi come allenatore e manager di giovani promesse. Chiuso nei suoi problemi passa le giornate in palestra con l’unico amico Scrap, interpretato da Morgan Freeman, anch’egli ex pugile. Le sue altre abitudini sono andare in chiesa e scrivere lettere alla figlia che non vede da anni, lettere che gli vengono puntualmente rispedite. La sua esistenza subisce però una svolta quando s’imbatte nella tenace Maggie Fitzgerald. Hilary Swank le dà una determinazione quasi ostinata: Maggie non ha età, soldi o appoggi dalla sua parte, ma continua a presentarsi in palestra finché Frankie non accetta di allenarla.
Il rapporto fra i due è la vera anima del film. Frankie insegna a Maggie come muoversi sul ring, ma è lei a costringerlo lentamente a riaprire una parte di sé che aveva chiuso da anni. Scrap osserva tutto da vicino e funziona quasi come coscienza del racconto, abbastanza dentro quella palestra da conoscere le ferite di entrambi. Quando arrivano le prime soddisfazioni sportive, Million Dollar Baby potrebbe tranquillamente fermarsi alla storia di riscatto; invece prende una direzione molto più dolorosa, senza trasformare ciò che accade in un semplice colpo di scena. Persino il soprannome gaelico che Frankie sceglie per Maggie diventa parte di quel legame quasi paterno che cresce senza bisogno di essere dichiarato apertamente.
È un film duro, con una sceneggiatura valida, che parla di dignità, responsabilità, colpa e del significato concreto di voler bene a qualcuno quando non esistono soluzioni facili. Eastwood dirige con una semplicità quasi invisibile, senza musica invadente o grandi virtuosismi, e proprio questa sobrietà rende ancora più pesanti le decisioni della parte finale. Anche la palestra, con le sue luci basse e gli spazi consumati, diventa un luogo familiare in cui i personaggi trovano una forma di appartenenza che fuori dal ring non sono mai riusciti a costruire. Chi cerca soltanto boxe troverà molto altro; chi vuole un dramma capace di mettere davvero alla prova lo spettatore difficilmente resterà indifferente. Impossibile che vi deluda, scelta sicura se non l’avete ancora visionato!

