The Fountain – L’Albero della Vita

2006 · Darren Aronofsky

Drammatico / Fantascienza96 min

Uno scienziato cerca una cura per la moglie malata mentre altre due storie riflettono la stessa paura della morte. Aronofsky sceglie immagini e simboli.

Recensione di

★★★★★ ★★★★★
Voto medio: 3,78
(9 voti totali)

“I nostri corpi sono prigioni per le nostre anime. Il sangue e la pelle non sono che le sbarre del nostro confino”

Il concetto di film costruito per sbancare il botteghino penso sia piuttosto lontano dalle preoccupazioni del primo Aronofsky. Basta pensare a Pi Greco o, per altri motivi, a The Wrestler: storie intricate, rischiose, cervellotiche, anticonvenzionali, spesso poco disposte a fare concessioni allo spettatore. Dio lo benedica! The Fountain non è un film semplice, forse neanche pienamente riuscito, ma sicuramente non ci lascia indifferenti. Cerca di comunicarci con tutte le proprie forze il suo messaggio, il senso della vita secondo Darren Aronofsky, che firma anche la sceneggiatura.

Ed è proprio con ogni residua forza che Izzi (Rachel Weisz) cerca di consegnare a Tom (Hugh Jackman) questo suo fermo credo. Lui è un pragmatico ricercatore impegnato nella lotta contro il cancro; lei è gravemente malata e sente avvicinarsi la fine. Tom vorrebbe trovare una cura a ogni costo, mentre Izzi cerca di fargli comprendere che la morte non può essere affrontata soltanto come un nemico da sconfiggere. La convinzione che possa rappresentare anche una rinascita e una ricongiunzione diventa la spina dorsale di una trama che attraversa tre storie e tre epoche.

Accanto al presente incontriamo infatti un conquistador spagnolo alla ricerca dell’Albero della Vita e una figura solitaria che viaggia nello spazio con un albero. Non è necessario leggere questi piani come una semplice successione di eventi: il film abbandona le costrizioni della realtà per inseguire immagini, simboli e sensazioni. La fotografia dorata, le forme quasi organiche dell’universo e la musica di Clint Mansell fanno il resto. Più che spiegare tutto, Aronofsky vuole farci sentire l’ossessione di un uomo che non riesce ad accettare la perdita.

Una storia d’amore drammatica, con una forte componente fantastica, paragonabile a Se Mi Lasci Ti Cancello per originalità e poetica. Rimane a differenziarle la mano decisamente più pesante di uno dei registi contemporanei che stimo di più. Nonostante alcuni passaggi risultino pretenziosi (o semplicemente troppo “alti” per me), il finale chiude il cerchio emotivo e permette al regista di completare la sua personale odissea nello spazio. Non tutto convince, ma certe immagini restano addosso per giorni.

Il bello, e forse anche il limite, è che il regista non ci lascia quasi mai riposare. Ogni gesto diventa una metafora, ogni dettaglio sembra chiedere un’interpretazione. Hugh Jackman regge con convinzione questo viaggio disperato, mentre Rachel Weisz dà a Izzi una serenità che rende ancora più dolorosa la distanza tra i due. È un cinema che pretende molto, ma quando trova la nota giusta riesce a parlare di una paura universale senza bisogno di grandi spiegazioni.