Sono entrato in sala per Odissea con l’aspettativa sbagliata e forse anche inevitabile: non stavo andando solo a vedere un film sull’Odissea, stavo andando a vedere Christopher Nolan che metteva le mani sull’Odissea. E questa differenza pesa. Perché da Nolan, almeno io, mi aspetto sempre quella cosa lì: uscire con il cervello un po’ ribaltato, con la sensazione che qualcuno mi abbia preso la trama, il tempo, la memoria, la percezione e li abbia rimontati davanti agli occhi. Memento, Inception, Interstellar, Tenet, anche Il Cavaliere Oscuro: film diversissimi, ma tutti con una scintilla di vertigine. Qui invece la sensazione, molto più scomoda da ammettere, è che Nolan abbia preso una delle storie più grandi della cultura occidentale e l’abbia portata sullo schermo con un mestiere enorme, sì, ma anche con una fedeltà un po’ da compitino di lusso. Un compitino girato benissimo, intendiamoci. Però sempre compitino.
The Odyssey è sicuramente un film da vedere, ma secondo me è da vedere al cinema o perde gran parte del suo senso. Sul tablet, sul computer, sul divano, rischia di restare soprattutto un film lungo, lento e pieno di attori famosi che entrano uno dopo l’altro come marionette su un red carpet mitologico. In sala invece ha un’altra forza: il suono, la musica, il respiro degli spazi, il mare, i morti, il ritorno a Itaca. Il lavoro sonoro è probabilmente la cosa che mi ha colpito di più. Ci sono momenti in cui la colonna sonora e gli effetti non accompagnano semplicemente la scena, ma ti mettono fisicamente in tensione. Quando Ulisse attraversa il rapporto con i morti, e poi quando il film arriva alla parte finale del ritorno, ho sentito davvero il corpo reagire: nervoso, dentro la scena, quasi disturbato. Lì Nolan si ricorda di essere Nolan, non perché complica la trama, ma perché trasforma la sala in un’esperienza.
Il problema è arrivarci. La prima parte è spesso lenta, a tratti proprio noiosa, e questa cosa per un racconto pieno di sirene, ciclopi, Circe, Calipso, dèi offesi, mari traditori e uomini (tanti – troppi – uomini, ma ci arriviamo tra poco) che vogliono tornare a casa non è un dettaglio da poco. Non si sente abbastanza l’urgenza del ritorno. Non si sente sempre quella ferita aperta che dovrebbe spingere Ulisse verso Itaca. Si vedono episodi famosi, si riconoscono i passaggi studiati a scuola, si apprezza la grandezza produttiva, ma per troppo tempo il film sembra più interessato a dimostrare quanto è solenne che a farci bruciare dentro il viaggio. Poi, nella seconda parte, qualcosa cambia: il ritorno a casa porta finalmente tensione, pathos, azione, emozione. Il film si compatta, diventa più vivo, più doloroso, più necessario. Ma per arrivare lì bisogna attraversare un “tratto di mare” parecchio pesante.
Anche il cast mi ha lasciato diviso. Matt Damon come Ulisse, personalmente, non mi ha mai davvero convinto. Non è che rovini il film, non siamo a quei livelli, però resta sempre troppo “Matt Damon che fa Ulisse”, e in un’opera che dovrebbe farti credere al mito questa cosa si sente. Anne Hathaway invece è tanta roba. La sua Penelope è l’unico personaggio che mi ha davvero fatto crollare emotivamente: dolore, dignità, attesa, rabbia trattenuta, tutto insieme. Quando rivendica la sua presenza sul trono, quando fa capire che la pace mantenuta per anni vale più di qualunque barba appena cresciuta, il film trova una verità enorme. Mi ha colpito moltissimo anche John Leguizamo nei panni di Eumeo, il servo fedele, una presenza laterale ma umanissima, di quelle che in mezzo al marmo dell’epica riescono a portare terra, lealtà, corpo. Robert Pattinson, invece, e mi spiace dirlo perché per me è uno degli attori più interessanti della sua generazione, viene sacrificato in una figura troppo caricata, quasi una macchietta da cattivo arrogante in gonnellina. Magari era l’intenzione eh, ma con un attore così è decisamente uno spreco.
E poi c’è la questione più grossa, quella che mi è rimasta addosso più della noia: The Odyssey è testosterone puro, ma non solo perché racconta uomini che combattono, comandano, navigano, si vendicano e tornano a riprendersi casa. Il punto è che, paradossalmente, sembra rendere le donne perfino meno decisive di quanto lo fossero già in una storia vecchia di quasi tremila anni. Non sto chiedendo a Nolan di trasformare l’Odissea in qualcos’altro, né di modernizzarla a forza. Però l’Odissea non è mai stata soltanto la storia di un uomo che vuole tornare a casa. Atena guida il ritorno di Ulisse, Circe e Calipso governano le loro isole, Penelope tiene in piedi Itaca per vent’anni. Non sono decorazioni messe lì per rendere più interessante il viaggio dell’eroe: decidono, ingannano, resistono, governano, cambiano il corso della storia.
E allora pesa vedere un film del 2026 in cui le figure femminili restano così spesso apparizioni, simboli, tentazioni, attese, ferite o premi da riconquistare. Charlize Theron, Lupita Nyong’o, Zendaya: presenze fortissime, magnetiche, ma brevi, quasi sospese ai margini di un racconto che torna sempre agli uomini, al loro onore, alla loro guerra, alla loro rabbia, alla loro idea di casa. Anne Hathaway è l’eccezione più potente, e infatti ogni volta che Penelope entra davvero nel film sembra aprirsi una ferita viva: quando rivendica di essere lei sul trono, quando ricorda al figlio che la stabilità costruita negli anni vale più dei suoi primi peli sulla barba, lì il film trova una verità enorme. Ma proprio per questo viene da chiedersi perché non ci sia più spazio per quella verità. Sia ben chiaro: non è una questione di “correggere” Omero. È quasi il contrario; sarebbe bastato non appiattire ciò che nel mito era già più complesso. Perché se le donne portano quasi tutta l’emozione del film, mentre gli uomini sembrano condannati a lama, sangue, vendetta, controllo e durezza, allora il problema non è solo antico: è anche una scelta di sguardo. E da un regista moderno, con questa libertà, questo cast e questo potere produttivo, mi aspettavo almeno una crepa in più dentro quella mitologia. Invece troppo spesso resta l’epica dell’uomo che soffre in silenzio, combatte, non piange, torna, punisce. E dopo un po’, onestamente, che palle.
Il momento più bello, forse, è quando il film lascia filtrare il pentimento di Ulisse. Quando l’eroe smette per un attimo di essere leggenda e guarda il sangue versato da un’altra parte: Troia non come trofeo, ma come città di persone uccise, violate, cancellate per una guerra assurda. Lì The Odyssey trova una crepa davvero potente nel mito, una cosa umana, inattesa, dolorosa. Avrei voluto più film così. Più crepe, meno posa. Più rischio, meno monumentalità. Sia chiaro: alla fine non mi pento di averlo visto eh, anzi. Sono contento di averlo visto in sala, in lingua originale, il giorno dell’uscita, perché Odissea resta un colossal moderno e di colossal moderni veri non ne escono molti. La regia è impeccabile, l’estetica c’è, il suono è impressionante, la seconda parte emoziona. Però se mi chiedete se questo è il Nolan che consiglierei per capire perché Nolan è Nolan, la risposta è no.

